
di Alessandro Lotti /
Oggi, approfittando di un pomeriggio libero, ho giocato per la prima volta a Hammer of the Scots (scenario Braveheart) e devo dire che mi ha colpito più di quanto mi aspettassi. Ne sentivo parlare da tempo come di un “classico” e temevo fosse uno di quei wargame un po’ macchinosi per i miei gusti… invece scorre con naturalezza e dà davvero l’idea di gestire una campagna, non semplicemente di spostare blocchi. E a proposito: i blocchi sono stati una sorpresa molto piacevole, sia come presenza “fisica” sia come resa sul piano del gioco.
Quello che mi ha convinto di più è il modo in cui ti obbliga a ragionare sul controllo del territorio e sulla tenuta del potere: non è una gara a cercare battaglie, ma un continuo bilanciamento tra presenza nelle aree che contano, copertura dei punti vulnerabili e prudenza nel non esporsi oltre misura. Le carte sono il vero metronomo della partita: a volte consentono di spingere con decisione, altre impongono un approccio più misurato, e questa alternanza costruisce una tensione costante senza appesantire il flusso di gioco.
Anche gli scontri mi sono sembrati rapidi, ma tutt’altro che “accessori”, e la nebbia di guerra ha davvero un suo perché. Scegliere se forzare o evitare una battaglia non è mai una decisione neutra, perché l’esito incide concretamente su come si stabilizza (o si incrina) la situazione nelle aree chiave. Ho percepito bene anche l’ambientazione: la Scozia contesa, l’Inghilterra forte ma non onnipresente, e quel ruolo del tempismo che spesso fa la differenza più della forza bruta.
Per essere la mia prima partita l’ho trovato accessibile (anche come regolamento), ma tutt’altro che banale: sono rientrato a casa con la voglia immediata di rigiocarlo!

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