di Luca Fiorentini /

Diamo inizio con questo post ad una nuova rubrica: Letture ludostoriche.
Qui troverete recensioni e consigli di lettura su importanti saggi e testi a carattere storico, spesso corredati da una corrispettiva ludografia focalizzata sugli eventi citati.
E’ proprio il caso di dirlo… buona lettura!
(NdLudoStoria)
Una recensione…..o forse qualcosa di più……(per chi non leggerà fino in fondo: Buon Ferragosto!).

Coltivo da sempre una profonda passione, non solo per le relazioni internazionali ed i conflitti contemporanei e futuri, di cui mi sto occupando al Department of War Studies del King’s College a Londra ed all’International Institute for Strategic Studies (IISS), ma anche per la storia militare e, precisamente, per il medioevo, epoca che continua ad affascinarmi per la straordinaria ricchezza dei suoi mondi guerrieri, delle sue tecnologie e delle sue culture in conflitto e in dialogo oltre che dell’innovazione e creatività che hanno pur segnato questo periodo da sempre giudicato “buio” (a questo proposito vi rimando all’ultima sezione di questo lungo post).

Questa recensione nasce dal desiderio di far conoscere opere che ho ritenuto fondamentali nel percorso della mia preparazione accademica, e che considero ancora oggi strumenti preziosi per chiunque voglia accostarsi seriamente a questi temi.
David Nicolle, Medieval Warfare Source Book (Arms & Armour Press, Londra, 2 voll., 1995–1996) è una delle opere di riferimento più ambiziose sulla guerra medievale pubblicate in lingua inglese negli anni Novanta. L’autore, storico militare formatosi a Edimburgo e tra i massimi specialisti della guerra islamica e mediorientale medievale (nonché prolifico autore per Osprey), concepì l’opera non come una narrazione, ma come un vero “source book”: un repertorio sistematico di conoscenze organizzato per aree geografiche, periodi cronologici e temi ricorrenti — reclutamento e organizzazione degli eserciti, tecnologia militare, fortificazione e poliorcetica, guerra navale — ciascuno corredato da bibliografie analitiche estese che restano uno dei punti di forza dell’insieme. Il taglio è quello dell’inquadramento denso e compresso più che del racconto: un’opera da consultazione, pensata per chi vuole orientarsi in un tema e trovare subito i riferimenti per approfondirlo.

Volume 1 – Warfare in Western Christendom (1995). Il primo volume copre la cristianità occidentale dalla caduta dell’Impero romano d’Occidente al tardo Quattrocento, articolata in grandi fasi cronologiche (età delle invasioni, epoca carolingia e post-carolingia, pieno medioevo feudale, tardo medioevo). Per ogni fase Nicolle ripropone la stessa griglia tematica, il che rende agevole seguire l’evoluzione diacronica di un singolo aspetto — ad esempio l’armamento difensivo o le tecniche d’assedio — attraverso i secoli. È il volume più “canonico” dei due, ma si distingue dalla manualistica coeva per l’attenzione alla cultura materiale (campo in cui Nicolle, autore di Arms and Armour of the Crusading Era, è un’autorità) e per il costante richiamo alle fonti iconografiche e archeologiche, illustrate da un ricco apparato in bianco e nero.

Volume 2 – Christian Europe and its Neighbours (1996). Il secondo volume è il più originale e, per molti lettori, il vero motivo per possedere l’opera: estende lo sguardo a Bisanzio, all’Europa orientale e balcanica, alla Scandinavia e alla Rus’, al mondo islamico dal Maghreb all’Asia centrale, ai popoli nomadi della steppa (turchi e mongoli in primis), spingendosi fino all’India, all’Estremo Oriente e all’Africa subsahariana. All’epoca della pubblicazione quasi nessuna sintesi occidentale trattava questi teatri con pari sistematicità, e Nicolle vi riversa la propria competenza specifica sulla guerra islamica, restituendo un quadro in cui l’Occidente latino appare come una periferia militare in dialogo (e conflitto) con vicini spesso tecnologicamente e organizzativamente più sofisticati.
Come giudizio complessivo: l’opera resta un eccellente strumento di orientamento e una miniera bibliografica, con il pregio raro di una prospettiva autenticamente comparata ed euroasiatica. I limiti sono quelli del genere e dell’epoca: testo molto compresso e a tratti frammentario, apparato illustrativo solo in bianco e nero, e una bibliografia ferma alla metà degli anni Novanta, che oggi va integrata con la letteratura successiva (si pensi agli studi di Rogers, DeVries o France). Ma come punto di partenza enciclopedico sulla guerra medievale in senso globale, i due volumi non hanno ancora un vero sostituto unitario.

Nota biografica sull’autore. David Nicolle nasce a Londra nel 1944. Dopo un’esperienza al BBC Television News (1963–1967), i suoi ampi viaggi in Medio Oriente lo portano al BBC Arabic Service, dove lavora come autore di programmi di attualità dal 1967 al 1971. Nel 1972 riprende gli studi universitari, conseguendo infine il dottorato di ricerca all’Università di Edimburgo. Dal 1983 al 1987 insegna storia dell’arte alla Yarmouk University, in Giordania; rientrato in Inghilterra, prosegue l’attività di ricerca come studioso indipendente, firmando oltre cento libri. È Honorary Research Fellow presso l’Università di Nottingham, nonché Fellow della Society of Antiquaries e della Royal Asiatic Society di Londra. Ha collaborato come consulente e contributore per produzioni televisive nel Regno Unito, negli Stati Uniti, in Germania e in Siria. È sposato con Colette Nicolle, accademica americana in pensione e oggi sua coautrice, con la quale vive nella zona nord di Londra.

Nicolle e Osprey Publishing. Chi di noi non conosce Osprey???? Gran parte della vastissima produzione di Nicolle è legata a Osprey Publishing, per la quale è stato per decenni uno degli autori più prolifici, con svariate decine di titoli distribuiti su quasi tutte le collane storico-militari dell’editore. Nella serie Men-at-Arms, dedicata a uniformi, equipaggiamento e organizzazione degli eserciti, si devono a lui alcuni titoli diventati classici della divulgazione: The Armies of Islam, 7th–11th Centuries, Armies of the Ottoman Turks 1300–1774, Saladin and the Saracens, El Cid and the Reconquista 1050–1492, The Age of Charlemagne e i volumi sugli eserciti francesi della Guerra dei Cent’anni e sugli eserciti medievali italiani. Nella serie Campaign, incentrata su singole battaglie e campagne, ha firmato tra gli altri Hattin 1187, Lake Peipus 1242 (la “battaglia sul ghiaccio” di Aleksandr Nevskij), Granada 1492, Nicopolis 1396 e Constantinople 1453, quest’ultimo tra i più letti sull’assedio ottomano della capitale bizantina. Per la serie Elite si ricordano Attila and the Nomad Hordes e The Janissaries, mentre nelle collane più tecniche — New Vanguard e Fortress — ha trattato temi come le macchine d’assedio medievali e i castelli crociati in Terrasanta.

Il valore di questi volumi non sta tanto nel testo, che comunque è sempre di altissimo livello, necessariamente sintetico per il formato Osprey (una cinquantina di pagine circa), quanto nella combinazione tra la competenza iconografica di Nicolle e le celebri tavole a colori di illustratori come Angus McBride, Christa Hook e Graham Turner, realizzate sotto la sua supervisione documentaria. Proprio per i teatri islamici, bizantini e della steppa — dove la documentazione visiva accessibile al grande pubblico era scarsissima — i suoi titoli Osprey hanno svolto un ruolo divulgativo analogo a quello del secondo volume del Medieval Warfare Source Book: aprire al lettore occidentale mondi militari fino ad allora quasi invisibili. Vanno letti per quello che sono, introduzioni illustrate e non monografie accademiche, ma restano un punto d’ingresso affidabile, sostenuto dal fatto che dietro la veste divulgativa c’è uno studioso di prima mano delle fonti.

Per approfondire: altre letture consigliate. A chi volesse proseguire oltre Nicolle, ma sempre sui medesimi temi, suggerisco infine alcune opere di altri autori che sono ormai riferimenti consolidati anche nella didattica universitaria. La prima è Philippe Contamine, La guerra nel Medioevo (ed. orig. La guerre au Moyen Âge, 1980; trad. it. il Mulino), forse la sintesi accademica per eccellenza sul tema: un’analisi magistrale che intreccia istituzioni militari, tecnica, economia della guerra e mentalità, e che resta il punto di partenza obbligato in quasi tutti i corsi di storia militare medievale. La seconda è J.F. Verbruggen, The Art of Warfare in Western Europe during the Middle Ages, opera pionieristica (l’edizione inglese ampliata è del 1997) che ha demolito il vecchio pregiudizio sull’inesistenza di una vera “arte della guerra” medievale, con analisi tattiche rigorose di cavalleria e fanteria fondate su una lettura serrata delle fonti. Infine, per una prospettiva più recente e problematica, John France, Western Warfare in the Age of the Crusades, 1000–1300 (1999), che colloca la guerra dell’Occidente latino nel suo contesto sociale ed economico e dialoga direttamente con i teatri mediterranei e crociati tanto cari a Nicolle; in alternativa o in aggiunta, la miscellanea curata da Maurice Keen, Medieval Warfare: A History (Oxford University Press, 1999), offre in capitoli affidati a specialisti un panorama tematico agile e molto usato come manuale nei corsi anglosassoni. Tre percorsi diversi — la sintesi istituzionale, l’analisi tattica, l’inquadramento contestuale — che insieme al Source Book compongono una biblioteca di base solida (ed anche decisamente bella da vedere sullo scaffale) per chiunque voglia studiare seriamente la guerra nel medioevo.

E per gli amanti degli scontri navali… Un’ultima segnalazione per chi è attratto dalla dimensione marittima della guerra medievale, spesso trascurata dalle sintesi generali: Susan Rose, Medieval Naval Warfare 1000–1500 (Routledge, collana “Warfare and History”, 2002). Il volume affronta il modo in cui le marine medievali erano organizzate e impiegate dai sovrani, offrendo un’ampia messe di informazioni su strategia e tattica delle flotte dell’epoca e sul grado di comprensione e sfruttamento delle possibilità del potere marittimo. La struttura è esemplare per equilibrio: si apre con la logistica e l’amministrazione degli arsenali, per poi seguire le operazioni nella Manica e nel Mare del Nord (c. 1000–1250), la guerra navale mediterranea all’epoca delle crociate tra cristiani e musulmani, l’uso del potere marittimo da parte di Inghilterra e Francia nel Trecento, la guerra di corsa quattrocentesca nelle acque settentrionali e il confronto tra veneziani, genovesi e turchi nel Mediterraneo (1300–1500), chiudendo con un capitolo sulla trattatistica navale medievale. Particolarmente preziosa è la lucidità concettuale dell’autrice, che definisce con attenzione la nozione di controllo del mare (tema che, guarda caso, sta tornando di significativa attualità nel nostro mondo anche in relazione al futuro spacepower che comincia a farci riflettere e che ha una serie di analogie con il seapower), spiegando come le flotte medievali non potessero mantenere blocchi navali stabili né pattugliamenti regolari — un antidoto efficace contro le proiezioni anacronistiche di categorie navali moderne sul medioevo. È un libro breve (quindi adattissimo all’ombrellone in spiaggia proprio davanti al mare), denso e ben documentato, accolto molto favorevolmente dalla critica specialistica ed accademica: la rivista Nautical Archaeology lo ha definito un compagno di lettura prezioso per ogni storico e archeologo marittimo, per la qualità dell’analisi e la ricchezza della documentazione. Il complemento navale ideale, insomma, ai capitoli terrestri di Nicolle.

Ed infine per chi vuol approcciare il medioevo in modo diverso…
Tre libri diversi per taglio e ambizione, ma uniti da un medesimo messaggio: il medioevo non fu (solo) una parentesi buia, bensì un’epoca di collegamento — tra antico e moderno, tra Oriente e Occidente, tra tradizione e innovazione — indispensabile per preparare la successiva rinascita europea. Riscoprirlo con occhi nuovi è forse il modo migliore per rendergli finalmente giustizia.
Chiudo (e perdonate la lunghezza, ma la vigilia di Ferragosto consente un po’ di tranquillità), come anticipato nell’incipit di questo post, con tre proposte per chi desidera, al di là degli aspetti di storia militare e di conflitto, riscoprire un’epoca che troppo a lungo è stata liquidata come oscura e pericolosa, e che merita invece di essere riletta per quello che fu davvero: un ponte fecondo tra il mondo antico e la modernità, un millennio di trasformazioni senza il quale nessuna “rinascita” successiva sarebbe stata possibile.
La prima è Giuseppe Staffa, L’incredibile storia del Medioevo. Un viaggio affascinante nell’Italia divisa tra impero e papato (Newton Compton). Il libro parte proprio dalla contestazione del “peccato originario” insito nel nome stesso dell’epoca — quello di essere una semplice cesura tra la gloria dell’Antichità e lo splendore del Rinascimento — e mostra come non fu affatto così: concentrandosi sulla penisola italiana, culla del papato e teatro dell’unicum dei Comuni, terra di mercanti dove sorsero le prime banche, l’autore accompagna il lettore lungo un millennio in cui vennero gettate le basi dell’uomo moderno. Una narrazione divulgativa, ricca di aneddoti e personaggi, perfetta come prima immersione.
La seconda è Medioevo che crea. Innovare, inventare, sperimentare nell’Italia dei secoli X–XIV, a cura di Franco Franceschi, Paolo Nanni e Gabriella Piccinni (Laterza, 2025). Il volume rovescia esplicitamente la domanda — il medioevo fu davvero un periodo primitivo, pericoloso e arretrato? — dimostrando che i secoli X–XIV furono soprattutto un’età creativa: le città e le campagne italiane vennero radicalmente riplasmate, molti degli strumenti finanziari che usiamo quotidianamente furono immaginati allora, insieme a forme di organizzazione del lavoro e aziendale che ci sono tuttora familiari; il tutto grazie ai contributi dei maggiori esponenti della medievistica italiana e internazionale. È la proposta più “accademica” delle tre, ideale per chi vuole capire il medioevo come laboratorio d’innovazione.
La terza, infine, è Anthony Bale, Viaggiare nel Medioevo. In cammino con pellegrini, cavalieri e strane creature (Hoepli). Un caleidoscopico viaggio che restituisce, come nei Racconti di Canterbury, l’immaginifico e il prosaico del viaggio medievale attraverso gli occhi di pellegrini, mercanti, spie e santi, da Costantinopoli a Gerusalemme, dall’Etiopia alla Cina; come una vera guida turistica, offre persino consigli su frasi utili, alloggi e come evitare briganti e malattie, attingendo a cronache dell’epoca mai tradotte prima. È la dimostrazione più vivida di quanto il medioevo fosse un mondo in movimento e in connessione, tutt’altro che chiuso e immobile.
Il gioco… E per chi, dopo tante letture (e visto che siamo su LudoStoria – Giocare con la Storia, dove altrimenti gli amministratori non mi farebbero passare questo noioso post), volesse mettere alla prova sul tavolo quanto appreso, non posso non citare il sistema Commands & Colors ideato da Richard Borg: un meccanismo di gioco elegante e accessibile, basato su carte comando e dadi speciali, che riesce a restituire con sorprendente efficacia le dinamiche tattiche degli scontri campali preindustriali — la gestione delle ali, l’impeto della cavalleria, la fragilità del comando.
GMT Games lo ha declinato sul nostro periodo con Commands & Colors: Medievaldedicato in prima battuta alle guerre nel periodo bizantino (con l’introduzione di regole specifiche per la cavalleria pesante e gli arcieri a cavallo), e con l’espansione sulle crociate (Crusades), che porta sul tavolo gli eserciti franchi e i loro avversari nel Levante: un modo diverso, e divertentissimo, di toccare con mano i dilemmi tattici descritti nelle pagine di Nicolle. Possiedo anche tutto Ancients ovviamente, ma ne parleremo più avanti magari (sicuramente non parlerò del Napoleonico tanto amato come periodo da nostro mitico Riccardo Masini). Però, se proprio volete rimanere (e sono sicuro che è così) sul medioevo direi che non si può dimenticare, per il gioco…anche la bellissima serie Men of Iron, sempre di GMT Games.
Buon Ferragosto a tutti!


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