
di Riccardo Masini /
C’è che a Natale scorso io e Fabio ci siamo visti per la nostra ormai tradizionale partita delle feste e, assieme al pezzo forte rappresentato dallo storicissimo Battaglia di Hoth (che è tipo Dunkerque, ma con gli AT-AT e gli Snowspeeder nella parte dei Panzer e degli Hurricane), abbiamo provato questo “giochillo” della Phalanx .
C’è che cercavamo il classico “giochino simpatico e poco intimidatorio, dall’aria molto amichevole, carina e coccolosa”.
C’è che Punica è stato un po’ come i pinguini di Madagascar: carino e coccoloso, ma ben addestrato e direi quasi brutale.
C’è che ve lo ritroverete spesso qui su LudoStoria, a partire da questo post.
C’è che cercavamo il classico “giochino simpatico e poco intimidatorio, dall’aria molto amichevole, carina e coccolosa”.
C’è che Punica è stato un po’ come i pinguini di Madagascar: carino e coccoloso, ma ben addestrato e direi quasi brutale.
C’è che ve lo ritroverete spesso qui su LudoStoria, a partire da questo post.
ANNIBALE POCKET
Ora, lo sappiamo già. Gioco piccolo, componenti moderni, durata breve (qui ultra-breve: siamo intorno ai 25-30 minuti!), semplice ma non semplicistico, profondità e dettagli sorprendenti… bla bla bla. Oggettivamente, queste sono cose che chi frequenta esagoni e affini da un po’ si sente ripetere fin dagli anni Novanta del secolo scorso. E, devo dire, guardando Punica questa ripetizione ha cominciato ad apparirmi più significativa di quel che pensassi.
Nel senso, ma se sono più di 30 anni che sul mercato compaiono questo tipo di giochi “ultraleggeri” che però sorprendono tutti per la loro capacità di ben rappresentare le dinamiche storiche (e vai di Ancients, Commands & Colors, Wings of Glory, Qualche Acro di Neve, Undaunted, i Bonsai come 300 e affini, W1815, una buona metà del catalogo Hollandspiele, Blitzkrieg, Battlefields of the Napoleonic Wars, i travel game della Worthington…), non è che forse manco più dovremmo sorprenderci? Non è che dopo intere ludoteche di ottimi esempi in tal senso, dovremmo finalmente accettare il fatto che si può fare un buon gioco storico con manuali non sponsorizzati dall’Associazione Italiana Optometristi, componenti che non richiedono ampliamenti catastali di casa e durate non quantificabili in semestri contributivi? Giusto accettare il fatto che possano esistere, che non siano condannati da chissà quale convenzione dell’ONU, che non vi siano postulati della fisica tipo teoria delle stringhe che li rendono un’impossibilità filosofica.
Vabbeh, battaglia… persa? Forse poco utile.
Quindi, è un gioco piccolo, con componenti moderni, dalla durata breve, semplice ma non semplicistico, con dettaglio storico e profondità strategica sorprendenti… e chiudiamo qui questa premessa che ormai conoscete a memoria.
Ora, lo sappiamo già. Gioco piccolo, componenti moderni, durata breve (qui ultra-breve: siamo intorno ai 25-30 minuti!), semplice ma non semplicistico, profondità e dettagli sorprendenti… bla bla bla. Oggettivamente, queste sono cose che chi frequenta esagoni e affini da un po’ si sente ripetere fin dagli anni Novanta del secolo scorso. E, devo dire, guardando Punica questa ripetizione ha cominciato ad apparirmi più significativa di quel che pensassi.
Nel senso, ma se sono più di 30 anni che sul mercato compaiono questo tipo di giochi “ultraleggeri” che però sorprendono tutti per la loro capacità di ben rappresentare le dinamiche storiche (e vai di Ancients, Commands & Colors, Wings of Glory, Qualche Acro di Neve, Undaunted, i Bonsai come 300 e affini, W1815, una buona metà del catalogo Hollandspiele, Blitzkrieg, Battlefields of the Napoleonic Wars, i travel game della Worthington…), non è che forse manco più dovremmo sorprenderci? Non è che dopo intere ludoteche di ottimi esempi in tal senso, dovremmo finalmente accettare il fatto che si può fare un buon gioco storico con manuali non sponsorizzati dall’Associazione Italiana Optometristi, componenti che non richiedono ampliamenti catastali di casa e durate non quantificabili in semestri contributivi? Giusto accettare il fatto che possano esistere, che non siano condannati da chissà quale convenzione dell’ONU, che non vi siano postulati della fisica tipo teoria delle stringhe che li rendono un’impossibilità filosofica.
Vabbeh, battaglia… persa? Forse poco utile.
Quindi, è un gioco piccolo, con componenti moderni, dalla durata breve, semplice ma non semplicistico, con dettaglio storico e profondità strategica sorprendenti… e chiudiamo qui questa premessa che ormai conoscete a memoria.
CARTAGINE: TERRA E SALE
Com’è il gioco? Cattivo. Non nel senso di un “cattivo gioco”, ma di un “gioco cattivo”. Al punto di arrivare ad essere finanche crudele.
Perché all’inizio ve la potete giocare tra asimmetrie del territorio, sandbox delle linee di espansione, eserciti capaci di conquistare qualsiasi cosa… avete tutte le carte in mano… solo che queste carte sono dannatamente poche, finiscono quasi subito e quelle migliori dovete deciderle per cosa usarle. Tipo 300? Peggio. Lì almeno di carte ve ne comprate quante ne volete e possono fare una marea di cose oltre che darvi punti azione: qui invece le carte vi volano via di mano per qualsiasi motivo e possono fare poche cose, sporche, brutte, cattive ma anche maledettamente utili. E così dovete continuamente scegliere: Vinco questa battaglia o salvo quell’armata? Conquisto la Sicilia o lascio che si prenda la Spagna? Con punte di raffinato sadismo quale spingere l’avversario a vincere uno scontro del tutto inutile, anzi costringerlo proprio visto che era la sua ultima carta buona per un paio di turni, per poi colpirlo con una mossa al fianco in un altro punto del Mediterraneo.
Cattivo. Deliziosamente cattivo. Una partita a scacchi coi pugnali, senza scampo e brevissima. Tanto che alla fine ringraziate il fatto che la durata sia così contenuta, vista la tensione, ma vi ha preso così tanto che ne volete subito fare un’altra. Sì, dà dipendenza e sì, ne vorrete fare diverse partite in una sessione.
Com’è il gioco? Cattivo. Non nel senso di un “cattivo gioco”, ma di un “gioco cattivo”. Al punto di arrivare ad essere finanche crudele.
Perché all’inizio ve la potete giocare tra asimmetrie del territorio, sandbox delle linee di espansione, eserciti capaci di conquistare qualsiasi cosa… avete tutte le carte in mano… solo che queste carte sono dannatamente poche, finiscono quasi subito e quelle migliori dovete deciderle per cosa usarle. Tipo 300? Peggio. Lì almeno di carte ve ne comprate quante ne volete e possono fare una marea di cose oltre che darvi punti azione: qui invece le carte vi volano via di mano per qualsiasi motivo e possono fare poche cose, sporche, brutte, cattive ma anche maledettamente utili. E così dovete continuamente scegliere: Vinco questa battaglia o salvo quell’armata? Conquisto la Sicilia o lascio che si prenda la Spagna? Con punte di raffinato sadismo quale spingere l’avversario a vincere uno scontro del tutto inutile, anzi costringerlo proprio visto che era la sua ultima carta buona per un paio di turni, per poi colpirlo con una mossa al fianco in un altro punto del Mediterraneo.
Cattivo. Deliziosamente cattivo. Una partita a scacchi coi pugnali, senza scampo e brevissima. Tanto che alla fine ringraziate il fatto che la durata sia così contenuta, vista la tensione, ma vi ha preso così tanto che ne volete subito fare un’altra. Sì, dà dipendenza e sì, ne vorrete fare diverse partite in una sessione.
LA VENDETTA DI SABIN
Ora, chiaramente il costo per tutto questo c’è, ed è evidente: il gioco non rappresenta una fase specifica delle Guerre Puniche. Non rappresenta neanche una specifica Guerra Punica. E’ più una panoramica del simpatico scontro all’ultimo sangue di durata generazionale tra le due grandi potenze del Mediterraneo Occidentale per decidere se oggi nel mondo si parlano lingue derivate dal latino o dal cartaginese. La prossima volta che sbagliate una consecutio temporum ringraziate Scipione…
Revanscismi linguistici a parte, Punica prende dunque una strada di alleggerimento e sintesi storica più estrema anche rispetto al titolo Bonsai che usa il sistema di 300 per le Guerre Puniche, quel The Punic Wars che ancora non è arrivato in Occidente (ma che tutti speriamo arrivi presto… hint hint per gli editori presenti nel gruppo…). Però non è un eurogame con l’ambientazione incollata sopra, neanche se vuoi.
Prova ne è il post di qualche settimana fa che ritrovate sul gruppo Facebook della Phalanx, che suggerisce una modalità specifica per utilizzarlo come supporto didattico in classe come gioco a squadre, con tanto di differenze nella gestione del rapporto tra livello politico e livello militare che rispecchiano le diversità costituzionali di Roma e Cartagine.
E Sabin col suo “Keep it simple” ridacchia dietro le quinte, quando si parla di maggior valore didattico dei giochi semplici rispetto a quelli eccessivamente complessi: questo perché(in ambito didattico il gioco è uno strumento, non il fine… insomma, in tale contesto siamo impegnati ad insegnare la Storia tramite il gioco, piuttosto che insegnare a giocare un certo gioco mentre parliamo di Storia.
Ora, chiaramente il costo per tutto questo c’è, ed è evidente: il gioco non rappresenta una fase specifica delle Guerre Puniche. Non rappresenta neanche una specifica Guerra Punica. E’ più una panoramica del simpatico scontro all’ultimo sangue di durata generazionale tra le due grandi potenze del Mediterraneo Occidentale per decidere se oggi nel mondo si parlano lingue derivate dal latino o dal cartaginese. La prossima volta che sbagliate una consecutio temporum ringraziate Scipione…
Revanscismi linguistici a parte, Punica prende dunque una strada di alleggerimento e sintesi storica più estrema anche rispetto al titolo Bonsai che usa il sistema di 300 per le Guerre Puniche, quel The Punic Wars che ancora non è arrivato in Occidente (ma che tutti speriamo arrivi presto… hint hint per gli editori presenti nel gruppo…). Però non è un eurogame con l’ambientazione incollata sopra, neanche se vuoi.
Prova ne è il post di qualche settimana fa che ritrovate sul gruppo Facebook della Phalanx, che suggerisce una modalità specifica per utilizzarlo come supporto didattico in classe come gioco a squadre, con tanto di differenze nella gestione del rapporto tra livello politico e livello militare che rispecchiano le diversità costituzionali di Roma e Cartagine.
E Sabin col suo “Keep it simple” ridacchia dietro le quinte, quando si parla di maggior valore didattico dei giochi semplici rispetto a quelli eccessivamente complessi: questo perché(in ambito didattico il gioco è uno strumento, non il fine… insomma, in tale contesto siamo impegnati ad insegnare la Storia tramite il gioco, piuttosto che insegnare a giocare un certo gioco mentre parliamo di Storia.
In conclusione, giocate a Punica: vi farete del male emotivo non da poco, ma vi divertirete un mondo, imparando anche alcune cose sull’andamento generale di quel conflitto e in generale su cosa significhi davvero “strategia”. Ossia decidere tra più opzioni, capire che si è fatta la scelta peggiore, tirare giù tutto il calendario (si tratti di Santi o divinità qui poco importa), rigirare il danno sull’avversario, ripetere al turno successivo.
E siccome dura così poco lo farete più e più e più volte…

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