di Riccardo Masini /

Quando sei nel bel mezzo di un grande evento ludico, quasi ti sovrasta.
Ma quando poi quell’evento è finito e torni alla vita di tutti i giorni, un po’ ti manca.
Cosa? Quel brusio ininterrotto che riempie i padiglioni di una fiera, le stanze di un ludopub, i tavoli di un evento all’aperto. E quel brusio che senti non è qualcosa di distinto dal gioco che stai facendo: quel brusio è il gioco.
Perché, vedete, quel brusio sono le persone. Non tutti sono giocatori, intendiamoci. Ci mettiamo anche i negozianti, i ristoratori, gli accompagnatori, gli altri dimostratori, i semplici curiosi… tutti, insomma. La loro presenza, anche quando staccata dal tavolo su cui stai giocando, la senti prima intorno e poi dentro di te. Per non parlare del tuo o dei tuoi avversari
Questa presenza umana, costante e ineludibile, viene dal fatto che quelli di cui parliamo sono giochi analogici. In altri termini, giochi che si basano su materiali effettivi, non utilizzano tecnologie digitali (o se lo fanno, sono solo sotto forma di assistenti al gioco), vengono gestiti integralmente dagli esseri umani. Nel senso che le pedine, da sole, non si muoveranno mai su di una mappa, i dadi non si tireranno, i manuali non si sfoglieranno: servirà sempre che ci sia un umano a farlo, con vari ruoli e varie funzioni, ma sempre e comunque un umano presente.
Non necessariamente sul posto, eh… esistono anche le convention virtuali (come la nostra Virtual LudoStoriCon), quegli eventi online basati sul gioco da remoto. Lì sì l’elemento digitale ed informatico rientra in campo, ma rimanendo sempre in una posizione servente e dipendente dall’intelligenza umana: e in fondo, spostare una pedina con un clic del mouse non è poi tanto diverso dal fare lo stesso gesto con le dita della propria mano.
Dunque, gli esseri umani. Le persone che giocano. Che parlano mentre giocano. Che discutono di quel che accade nel gioco. Che si confrontano tra di loro mediante il gioco ed anche oltre il gioco stesso. Che si conoscono tramite la partita, ricordando quell’ormai celebre aforisma di Platone (grande giocatore di petteia) sulle opportunità di indagine psicologica su di un individuo che gioca. Un’ora di gioco può fare in questo senso molto più che un anno di conversazione…
Ma lo fa anche nei nostri stessi confronti, quando cioè proviamo a conoscerci, a capire come siamo fatti, come reagiamo, come ci adeguiamo alle circostanze per raggiungere l’obiettivo prefissato dal gioco.
Tutto ciò è profondamente umano, poiché tutte le infinite combinazioni e operazioni sequenziali su cui si basa la matematica dei nostri giochi rimangono comunque totalmente gestite e perfino assoggettate alla natura umana di chi le pone in essere, aka i giocatori. Sono loro l’Elemento X su cui si basa tutto, il motore primo e lo scopo ultimo del giocare.
Che cosa meravigliosa, dunque, e allo stesso tempo quanto facilmente ce ne scordiamo. Perché tante volte mi è capitato di vedere gente che gioca anche con sconosciuti non tanto per il piacere di scoprirli, incontrare persone nuove, fare quattro chiacchiere… ma solo per avere di fronte un avatar esclusivamente funzionale che gli faccia da avversario. Non voglio buttare giù giudizi al riguardo, ma mi fa un po’ tristezza vedere un consumo prettamente bulimico del gioco, un’affannata ed affannosa ricerca dell’avversario di turno, un riempire ossessivo quanti più momenti possibile del giorno con un gioco “perché sì”, “perché voglio giocare”, “perché sennò mi annoio”. Quando, alle volte, il momento più bello del giocare è proprio il pensare di farlo, anticipando la partita nella scelta del titolo, nello studio del regolamento, nel setup della partita.
E’ un fatto umano il gioco, dunque. Umano, e alle volte troppo umano. Perché le emozioni e anche le relazioni interpersonali che si instaurano accanto e attorno ad un momento psicologicamente così forte come il gioco talvolta debordano ed entrano in aspro conflitto. Le personalità, le intelligenze, le aspirazioni, sì anche un po’ l’orgoglio si fanno sentire, e spesso rovinano tutto entrando in contrasto. Ogni tanto si recuperano, ed è un momento bellissimo, ma è naturale che le persone con cui giochiamo più spesso, i nostri “avversari e/o compagni di gioco storici”, ci diventino particolarmente vicine anno dopo anno. E’ del tutto naturale, accade anche al di fuori della compagine umana, ed è uno dei motivi per cui si gioca.
E poi, le storie. Quelle che si creano dalle partite e grazie alle partite. I momenti di divertimento e amicizia, al tavolo da gioco e anche al di là di esso. I ricordi… davvero, quanti ricordi che ti crei giocando, quale incredibile tesoro metti da parte, risorse preziose per i momenti difficili, mete ambite a cui vorresti sempre tornare.
Ecco, l’essere umano, l’individuo e il gioco. Lo stimolo iniziale, l’elemento trainante, lo scopo finale del gioco: l’altro, o anche sé stessi se giochiamo un solitario. Nel bene e nel male, il gioco (soprattutto quello analogico) ruota attorno a noi, attorno a qualcosa di assolutamente e spudoratamente vivo. Lo cerchiamo, lo sentiamo, lo desideriamo questo contatto con un altro essere umano ad ogni mossa, ad ogni tiro di dado, ad ogni turno che passa, specialmente quando facciamo giochi che simulano l’azione di altri esseri umani, nella Storia e non solo.
Alle volte, viene un po’ paura a pensarci. Ma poi, ci rifletti su, tiri un bel sospiro di sollievo e ti prepari per un’altra partita coi tuoi amici: in fondo, è solo un gioco, no?

 


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